Tutto (o quasi) sulla decarbonizzazione

La decarbonizzazione è certamente uno strumento critico nella lotta contro il cambiamento climatico, ma mostra notevole potenziale come mezzo di accelerazione economica in tutto il mondo: entro il 2050, la rimozione della CO2 potrebbe diventare un’industria da 1.200 miliardi di dollari.

di Andrea Bondi

Le basi della rimozione della CO2

Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (ovvero il foro scientifico formato nel 1988 da due organismi dell’ONU: l’Organizzazione Meteorologica Mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente allo scopo di studiare il riscaldamento globale) ha chiarito che la decarbonizzazione, cioè la riduzione delle emissioni di CO2,  è la risposta più critica al cambiamento climatico, ma una ricerca di McKinsey mostra che la decarbonizzazione, da sola, non è sufficiente: occorrono anche attività di rimozione della CO2 (Carbon Dioxide Removal o “CDR”). Esistono infatti alcune attività umane, come il riscaldamento e l’illuminazione e alcuni materiali, le cui emissioni di CO2 sono estremamente difficili da ridurre (perché si basano su energia derivante da combustibili fossili o materie prime derivate da fonti fossili, o hanno attività che creano emissioni) e quando queste attività o materiali sono importanti per la nostra vita quotidiana e la nostra crescita economica, è molto difficile interromperle o smettere di usarle.

Diventa quindi fondamentale trovare altri meccanismi per rimuovere la CO2 (o gas equivalenti alla CO2), ovvero prelevare la CO2 presente o che viene emessa nell’atmosfera, catturarla, contenerla, immagazzinarla e/o rimuoverla permanentemente.

Le stime di McKinsey prevedono una capacità di CDR compresa tra 0,8 a 2,9 gigatonnellate di CO2 all’anno entro il 2030, mentre per ottenere il bilancio di carbonio del pianeta occorrerebbero tra le 500 e le 600 gigatonnellate: è chiaro che c’è moltissimo da fare.

Soluzioni “naturali” e tecnologiche

Ad oggi sono state individuate diverse soluzioni, sia di origine naturale, sia basate sulla tecnologia. Per quanto riguarda la prima categoria, si tratta di sfruttare la fotosintesi clorofilliana, mentre per quelle “tecnologiche”, ci si concentra sia sul flusso fisico e sulla separazione della CO2, sia sulla chimica per causare le reazioni che possono aiutarci a catturare e/o convertire la CO2.

Gli oceani svolgono già un ruolo significativo nel contrastare i cambiamenti climatici, assorbendo circa un quarto delle emissioni di anidride carbonica prodotte dall’uomo e gran parte del riscaldamento globale. Tuttavia, con l’urgente necessità di ridurre le emissioni e rimuovere i gas serra dall’atmosfera, scienziati e startup stanno esplorando metodi aggiuntivi per sfruttare il potenziale degli oceani per conservare la CO2. Uno dei più promettenti, anche se l’applicazione su larga scala desta più di un dubbio, prevede l’aggiunta di sostanze alcaline (come olivina, basalto o calce) all’acqua di mare. Questi materiali reagiscono con l’anidride carbonica inorganica disciolta, formando bicarbonati e carbonati che possono persistere nell’oceano per decine di migliaia di anni e liberando nuova capacità di rimozione. Il potenziale è ovviamente enorme, ma i rischi per flora e fauna marine potrebbero essere elevati e sconosciuti.

Una soluzione che può scalare molto rapidamente (e su diverse geografie) e che si trova a metà strada tra natura e tecnologia, sfrutta l’esposizione agli agenti atmosferici di alcuni tipi di rocce (enhanced rocks weathering – ERW), che quando sono ridotte quasi in polvere, hanno l’effetto di immagazzinare il carbonio, che poi viene naturalmente “lavato” con le piogge attraverso il suolo, fertilizzandolo.

I costi della rimozione del carbonio

Parlare di gigatonnellate di CO2 significa prendere in considerazione enormi quantità, che quindi hanno associati costi davvero importanti.

Oggi, alcune di queste tecnologie superano facilmente i $1.000 per tonnellata di CO2, ma l’obiettivo di lungo termine è arrivare a circa un decimo di tale cifra. McKinsey stima che l’industria della rimozione della CO2 potrebbe valere fino a 1.200 miliardi di dollari entro il 2050, mentre l’investimento cumulativo necessario per raggiungere lo zero netto entro il 2050 sarebbe compreso tra 6.000 e i 16.000 miliardi, a seconda di una serie di fattori. In che modo gli investitori potrebbero trarre vantaggio iniziando ad agire in questo settore?

In Europa e in Nord America, con gli incentivi che vengono applicati e con il processo pubblico per promuovere lo sviluppo tecnologico, stiamo assistendo a un’accelerazione materiale degli investimenti. Man mano che questo accade, il settore si evolverà come un qualsiasi settore industriale a tutti gli effetti e ci si aspetta che le catene di approvvigionamento per la rimozione del carbonio rifletteranno l’efficienza e l’efficacia delle catene di approvvigionamento che vediamo in altri settori come energia e materiali, cibo, agricoltura.

Le opportunità di investimento

Oggi, il mercato è in mano a “venture capitalist” focalizzati sul clima, fondi che investono denaro dei fondi pensione o dei fondi comuni di investimento. Tali investitori scelgono di destinare una parte del proprio portafoglio a fondi di investimento climatico che, fortunatamente, sono sempre più numerosi. Ad oggi la domanda di tali “prodotti” di investimento non è ancora elevatissima, ma verrà comunque il momento in cui l’offerta sarà materialmente limitata rispetto alla domanda e ciò rappresenterà un’opportunità per un rendimento redditizio, proprio come lo sarebbe in qualsiasi altro settore, stimolando l’appetito di sempre maggiori investitori.

In un mercato simile, la sfida per qualsiasi operatore del settore sarà quella di avere un vantaggio sia nella tecnologia, che nello sviluppo di progetti e, proprio come accadrebbe in qualsiasi altro settore, trasformare tutto ciò in una proprietà intellettuale difendibile. Non sarà quindi impossibile vedere a breve la nascita di veri e propri marchi registrati.

Stimolare la domanda

Il panorama degli acquisti oggi comprende quello che chiamiamo il mercato “volontario”, che consiste principalmente in aziende che si sono impegnate nella decarbonizzazione mentre si impegnano nell’acquisizione di crediti di carbonio e nell’acquisto di crediti di rimozione del carbonio. Man mano che i mercati diventeranno più regolamentati e le aziende nei settori emissivi saranno obbligate a partecipare all’acquisto di rimozioni del carbonio o a condurle come attività all’interno della propria azienda, la domanda di crediti di rimozione del carbonio crescerà, attirando così nuovi investimenti.

Impegni di acquisto

Oggi abbiamo un alto livello di innovazione in corso, non solo nelle tecnologie e nei progetti di rimozione della CO2, ma anche negli sforzi per accelerare il mercato e uno di questi sforzi è il concetto degli impegni di acquisto. Si tratta di un concetto preso in prestito dal mondo farmaceutico e dei vaccini, nel quale, per ottenere un’ampia adozione a un costo unitario basso, è necessario aiutare gli sviluppatori e i produttori a raggiungere economie di scala. Uno dei modi più efficaci per fare ciò è fornire “impegni di acquisto”, spesso a un prezzo più alto, che questi primi produttori e sviluppatori possono portare in banca, per dimostrare di avere clienti ed ottenere così finanziamenti, anche se tali impegni sono a un costo molto più alto e a un volume molto più basso rispetto a quanto potrebbero essere.

Uno degli esempi più interessanti di questi impegni di acquisto è un’organizzazione no profit chiamata Frontier, in cui McKinsey e altri membri fondatori si sono uniti per acquistare tonnellate di CO2 (a un prezzo elevato) da fornitori di rimozione del carbonio promettenti, nel breve termine, per aiutarli a crescere, scalare e ridurre il loro prezzo più rapidamente nel tempo. Frontier si sta già dimostrando molto efficace ed ha aiutato parecchie aziende a muoversi più rapidamente per raccogliere capitali, sviluppare i propri progetti e sperabilmente consegnare rimozioni di CO2 più velocemente.

Guardando al futuro

È necessario pianificare un percorso attuabile per le rimozioni del carbonio tra ora e il 2050: se non lo faremo e non scaleremo soluzioni idonee alla riduzione della CO2, la maggior parte dei modelli climatici indica uno scenario molto cupo in cui saremo costretti ad affrontare cambiamenti nel clima che saranno molto più difficili da ripristinare. Ecco perché la maggior parte delle politiche a livello nazionale e internazionale si concentrano su come scalare le rimozioni nei prossimi 20 anni.

Ovviamente, se raggiungeremo il nostro obiettivo entro il 2050 ed avremo raggiunto un equilibrio, non dovremo assolutamente smettere di preoccuparci della CO2; al contrario! Data la nostra dipendenza dall’energia come motore della crescita economica e della qualità della vita, è evidente che il continuo aumento di richiesta di energia a livello globale ci metterà solo più pressione a continuare a garantire queste emissioni negative e queste rimozioni.

Questa è probabilmente la sfida più importante che ci attende, perché ne va del futuro nostro e delle nuove generazioni, ma gli strumenti e le potenzialità ci sono.