Formazione: e se si ascoltassero i progettisti?

Si fa un gran parlare della formazione come fattore indispensabile per mantenere un ruolo da protagonisti nella competizione internazionale. Tutti riconoscono l’importanza di avere personale qualificato e con una formazione adeguata e, ancor più, tutti convergono nell’affermare la necessità di mantenere una formazione aggiornata nel corso degli anni, quando si comincia a correre il rischio di restare ancorati a ciò che si è appreso sui banchi di scuola, o universitari, senza più avere un adeguata conoscenza e competenza di cosa e come è cambiato nel corso degli anni, sia a livello metodologico che di strumenti a disposizione.

Non voglio, in queste poche righe, parlare del momento istituzionale della formazione, quella che precede l’inserimento nel mondo del lavoro. Il tema è complesso e, se è vero che diverse associazioni di categoria italiane, reclamano una formazione troppo teorica e poco legata agli aspetti pratici e applicativi che caratterizzano i diversi settori industriali, è anche vero che una percentuale sempre crescente di giovani tecnici italiani trova spazio e viene apprezzata all’estero, in paesi che nulla hanno da invidiarci. Segno, questo, che non tutto è proprio da buttare.

Voglio, invece, soffermarmi sulla cosiddetta formazione continua (o formazione permanente, o, in inglese “continuing education”), strumento aziendale fondamentale, al quale viene riservato, a volte, un budget rispettabile.

Senza aver la pretesa di essere esaustivo, vorrei sottolineare alcuni aspetti che ho “toccato con mano” durante i corsi periodicamente organizzati  e dedicati ai tecnici dell’industria.

Non di rado, di fronte alla domanda “perché ha deciso di iscriversi a questo corso?” la risposta è legata, più che a un interesse professionale, all’esigenza di esaurire un budget in scadenza.

Si, perché molte delle risorse dedicate alla formazione arrivano da finanziamenti erogati a vario titolo su base regionale, nazionale o europeo. Strumenti di questo tipo sono molto importanti, ma necessitano un’attenta gestione per essere efficaci. Non è raro arrivare a ridosso delle scadenze con la necessità di “spendere” i fondi, pena la loro perdita. E, allora, è difficile che la scelta dei corsi da frequentare sia quella ottimale, si prenderà quello che in quel momento è disponibile.

Un’altra risposta, non meno frequente, è legata al fatto che i corsi d’interesse sono decisi dall’ufficio personale, che assume, in questo modo, il ruolo di decidere il tipo di aggiornamento di cui c’è bisogno in azienda, anche per i  progettisti.

Solo una parte, non esigua ma quasi, dei partecipanti motiva l’adesione al corso con l’interesse personale, legato a problematiche professionali ricorrenti, sulle quali ci si scontra tutti i giorni e delle quali si sente il bisogno di una aggiornamento. Insomma, solo in pochi casi si percepisce la formazione permanente come uno momento di crescita, non solo personale ma anche aziendale.

Il quadro è frammentato, ma non si può non notare che in molti casi manca una visione strategica della formazione e della sua gestione e che la scelta degli obiettivi solo in parte è congruente con le necessità dell’azienda.

Di sicuro, un’organizzazione in grado di selezionare la scelta delle potenziali occasioni d’interesse contribuirebbe ad evitare di dover aderire a soluzioni di ripiego.

Ma solo ascoltando i progettisti e i tecnici si riuscirebbe a focalizzare ciò che è veramente di interesse e ha trarre il massimo beneficio dalla formazione permanente, evitando di iscrivere persone che, non interessati, passano il tempo rispondendo alle telefonate che arrivano dall’azienda.

 

 

 

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