Beam, shell o solidi 3D? Esiste un modello migliore?

Le travi costituiscono la base di moltissime strutture industriali grazie alla loro semplicità costruttiva, all’elevata efficienza strutturale e alla facilità di assemblaggio. Nonostante la geometria apparentemente semplice, la valutazione della loro resistenza e del loro comportamento meccanico può diventare estremamente complessa, soprattutto in presenza di carichi articolati o fenomeni locali difficilmente descrivibili con formule analitiche tradizionali, come la saldatura.

L’analisi strutturale delle travi può essere affrontata mediante differenti livelli di modellazione numerica, scelti in funzione degli obiettivi progettuali e del grado di accuratezza richiesto. Ogni approccio presenta vantaggi, limiti e specifici ambiti applicativi, e la corretta selezione della tipologia di elemento FEM influisce in modo determinante sull’accuratezza dei risultati, sui tempi computazionali e sulla corretta interpretazione del comportamento strutturale.

Introduzione

Telai saldati, basamenti macchina, carpenterie metalliche industriali, torri, tralicci, sistemi di movimentazione e impalcati metallici sono soltanto alcuni esempi di strutture costituite prevalentemente da travi. La loro diffusione deriva dalla semplicità costruttiva, dall’elevata efficienza strutturale e dalla possibilità di descriverne il comportamento mediante formulazioni analitiche relativamente semplici, seppure basate su numerose ipotesi semplificative.

Già alla fine del XIX secolo, l’ingegneria strutturale aveva raggiunto livelli estremamente avanzati. Un esempio emblematico è rappresentato dalla Torre Eiffel, progettata da Gustave Eiffel e completata nel 1889. Con oltre 300 metri di altezza, la struttura dimostrò come fosse possibile progettare opere estremamente complesse utilizzando principalmente travi e modelli di calcolo semplificati.

Negli ultimi anni, tuttavia, la crescente necessità di ridurre peso, costo e consumo di materiale ha reso indispensabile l’utilizzo di strumenti di simulazione sempre più accurati. Le formulazioni analitiche tradizionali, spesso volutamente cautelative, non consentono infatti di sfruttare pienamente il potenziale strutturale dei componenti. Ridurre i coefficienti di sicurezza mantenendo elevati livelli di affidabilità richiede una conoscenza molto più dettagliata dello stato tensionale reale.

Per questo motivo, le analisi agli elementi finiti sono diventate uno strumento fondamentale nella progettazione industriale moderna. Attraverso le simulazioni FEM è possibile ottenere informazioni dettagliate sulle deformazioni, sulle tensioni e sul comportamento dinamico delle strutture in tempi relativamente contenuti.

Anche in questo ambito, però, esistono differenti livelli di modellazione. Un’analisi può essere estremamente accurata ma richiedere tempi computazionali elevati, oppure può introdurre semplificazioni che riducono il costo computazionale mantenendo comunque risultati sufficientemente affidabili per lo scopo dell’analisi.

Nella pratica progettuale, il problema principale non consiste tanto nel costruire modelli geometricamente complessi, quanto nel comprendere quale livello di semplificazione sia realmente adeguato al fenomeno fisico da rappresentare. L’obiettivo dell’analista non deve quindi essere eliminare ogni approssimazione, ma utilizzare quelle corrette e coerenti con il livello di accuratezza richiesto.

Per definizione, una trave è un elemento strutturale caratterizzato da una dimensione prevalente rispetto alle altre, ossia da una lunghezza significativamente maggiore rispetto a larghezza e spessore. Questa caratteristica consente di affrontarne la simulazione con differenti livelli di astrazione geometrica.

Una trave può infatti essere modellata come elemento monodimensionale, bidimensionale oppure tridimensionale, a seconda delle informazioni che si desidera ottenere. Nel primo caso si analizza principalmente il comportamento lungo l’asse neutro della struttura. Nel secondo si introducono anche le variazioni tensionali sulla sezione, mentre nel terzo viene rappresentato l’intero stato tensionale tridimensionale, compresa la distribuzione nello spessore.

Dal punto di vista numerico, una trave può quindi essere sostituita da una semplice linea mediante elementi “beam”, da superfici mediante elementi “shell” oppure analizzata nella sua geometria reale tramite elementi solidi tridimensionali.

La scelta dell’elemento influenza direttamente il numero di gradi di libertà del problema, la qualità della mesh, i tempi di calcolo, la stabilità numerica e persino la leggibilità dei risultati. Per questo motivo, la definizione del modello FEM rappresenta spesso una fase più delicata della simulazione stessa.

Elementi beam: semplicità ed efficienza

Figura 1 Stesso elemento modellato dall’alto con elemento 1D, 2D e 3D. Solo nell’analisi 3D è possibile analizzare la giunzione attraverso viti e bullonatura.

Gli elementi beam rappresentano una delle forme più semplici ed efficienti di discretizzazione strutturale. In questo approccio, la struttura viene rappresentata attraverso linee che identificano l’asse delle travi o dei profilati, mentre le caratteristiche geometriche della sezione vengono descritte matematicamente mediante proprietà inerziali associate all’elemento.

Oltre alla geometria dell’asse neutro, il modello necessita infatti di informazioni relative all’area della sezione, ai momenti di inerzia e alle proprietà torsionali, indispensabili per calcolare peso, rigidezza e distribuzione delle sollecitazioni.

Dal punto di vista teorico, gli elementi beam derivano dalle formulazioni classiche della teoria delle travi, come la teoria di Euler-Bernoulli o quella di Timoshenko. La struttura viene quindi trattata come un insieme di elementi monodimensionali in grado di trasmettere sforzi assiali, flessioni, torsioni e tagli.

Questo approccio consente di ridurre enormemente il numero di elementi necessari per descrivere una struttura. Un telaio industriale composto da centinaia di profilati può essere modellato in pochi minuti con un numero estremamente contenuto di gradi di libertà, rendendo possibili analisi statiche, modali e dinamiche anche su hardware relativamente modesto.

Per questo motivo, gli elementi beam trovano largo impiego nella progettazione di carpenterie metalliche, telai saldati, skid industriali, strutture reticolari e macchine automatiche. In tutte quelle applicazioni dove il comportamento globale della struttura risulta più importante del dettaglio locale delle tensioni, il modello beam rappresenta spesso la soluzione più efficace.

La rapidità di calcolo costituisce uno dei principali vantaggi di questo approccio. Modifiche geometriche anche importanti possono essere valutate in tempi estremamente ridotti, consentendo al progettista di confrontare rapidamente differenti configurazioni strutturali.

Dal punto di vista progettuale, è possibile sperimentare sezioni differenti semplicemente modificando i parametri inerziali associati agli elementi, senza dover ridisegnare il modello CAD. Questo consente di confrontare rapidamente numerose combinazioni di profilati e individuare la soluzione più leggera o economicamente vantaggiosa compatibile con i requisiti strutturali.

Tuttavia, gli elementi beam presentano inevitabilmente alcune limitazioni. La semplificazione geometrica impedisce infatti di rappresentare accuratamente fenomeni locali come concentrazioni di tensione, effetti tridimensionali nelle giunzioni o dettagli costruttivi complessi.

Saldature, raccordi e piastre di collegamento vengono generalmente rappresentati mediante vincoli semplificati che non sempre riproducono il reale comportamento strutturale. Per questo motivo, un modello beam non deve essere interpretato come una rappresentazione completa della struttura, ma come uno strumento estremamente efficace per comprenderne il comportamento globale e individuare eventuali zone critiche.

Quando le tensioni risultano contenute e distribuite in modo regolare, il modello beam può essere sufficiente per validare l’intera struttura. In presenza di criticità locali, invece, può diventare necessario ricorrere a modelli più dettagliati.

Elementi shell: il compromesso più utilizzato

Gli elementi shell rappresentano probabilmente il miglior compromesso tra accuratezza e costo computazionale nella maggior parte delle applicazioni industriali. A differenza degli elementi beam, gli elementi shell descrivono superfici bidimensionali dotate di uno spessore associato, consentendo di modellare contemporaneamente comportamento membranale e flessionale.

Dal punto di vista geometrico, il modello shell richiede generalmente la definizione della superficie media del componente. Lo spessore reale viene poi associato numericamente all’elemento. Questa tecnica consente di rappresentare in modo estremamente efficiente componenti sottili senza discretizzarne completamente il volume.

Questo approccio risulta particolarmente utile nelle strutture caratterizzate da travi corte o sezioni geometricamente significative, come telai e basamenti macchina, dove la semplificazione monodimensionale può risultare eccessiva.

Uno dei principali vantaggi degli elementi shell riguarda la capacità di rappresentare distribuzioni tensionali relativamente complesse mantenendo però modelli ancora leggeri dal punto di vista computazionale. Una struttura modellata con shell richiede generalmente un numero di elementi enormemente inferiore rispetto a un equivalente modello tridimensionale.

Le shell consentono inoltre di descrivere molto meglio rispetto ai beam fenomeni locali legati alla geometria della sezione, soprattutto in presenza di curvature o variazioni di spessore. Anche l’analisi delle zone di contatto tra elementi differenti risulta generalmente più accurata.

Dal punto di vista industriale, questo approccio rappresenta spesso la soluzione preferita perché consente di ottenere modelli sufficientemente accurati mantenendo costi computazionali sostenibili e una buona flessibilità progettuale. È infatti possibile modificare rapidamente gli spessori senza intervenire direttamente sulla geometria CAD.

Anche in questo caso esistono però alcune criticità. La preparazione del modello richiede generalmente più tempo rispetto a un modello beam, soprattutto nella semplificazione geometrica preliminare.

Fenomeni fortemente tridimensionali, come contatti locali complessi o stati tensionali attraverso lo spessore, risultano inoltre difficili da rappresentare con elevata accuratezza utilizzando elementi shell. In particolare, la valutazione dettagliata della resistenza delle saldature richiede spesso modelli tridimensionali più completi.

Figura 2 Elemento 2D a sinistra e 3D a destra. Si può vedere il numero di elevato di celle nel caso 3D, con l’infittimento a ridosso della saldatura, assente nel modello 2D

Solidi tridimensionali: dettaglio e complessità

Gli elementi solidi tridimensionali rappresentano la forma più completa di discretizzazione geometrica nel metodo degli elementi finiti. In questo approccio, l’intero volume del componente viene suddiviso in elementi tetraedrici o esaedrici capaci di rappresentare lo stato tensionale tridimensionale completo.

L’utilizzo di solidi 3D consente di modellare geometrie molto complesse senza introdurre semplificazioni significative. Raccordi, nervature, contatti e dettagli geometrici locali possono essere rappresentati con grande accuratezza, rendendo questo approccio particolarmente utile nelle analisi locali o nei problemi fortemente tridimensionali.

Nonostante la maggiore completezza geometrica, i modelli tridimensionali non devono però essere considerati automaticamente superiori agli altri approcci. La discretizzazione volumetrica richiede infatti un numero molto elevato di elementi, soprattutto nelle zone sottili o nei raccordi di piccolo raggio.

Per ottenere una corretta distribuzione degli sforzi è generalmente necessario utilizzare elementi con dimensioni inferiori a circa un terzo dello spessore locale. Questo comporta tempi di calcolo significativamente più elevati e una maggiore sensibilità alla qualità della mesh.

Uno degli errori più comuni consiste proprio nell’utilizzare modelli 3D estremamente dettagliati per analizzare strutture che potrebbero essere rappresentate in modo molto più efficiente mediante shell o beam. In questi casi, l’aumento della complessità non produce necessariamente risultati migliori, ma può introdurre errori numerici, instabilità o difficoltà interpretative.

Inoltre, ogni modifica progettuale richiede generalmente l’aggiornamento della geometria CAD, con un notevole aumento dei tempi di preparazione del modello.

La scelta del modello corretto

Nella pratica industriale, la qualità di una simulazione FEM dipende raramente dalla sola complessità geometrica del modello. Molto più importante risulta la coerenza tra il modello numerico e il fenomeno fisico che si desidera rappresentare.

Una grande struttura reticolare può essere analizzata con estrema accuratezza mediante elementi beam, mentre una piccola saldatura soggetta a elevate concentrazioni di tensione può richiedere un modello tridimensionale dettagliato.

In molti casi, la soluzione migliore consiste nell’utilizzare approcci ibridi, combinando beam, shell e solidi tridimensionali all’interno dello stesso modello.

Questa filosofia multi-scala è oggi largamente utilizzata nell’industria. La struttura principale viene spesso rappresentata mediante elementi semplificati, mentre soltanto le zone più critiche vengono approfondite con modelli tridimensionali locali.

È possibile trasferire spostamenti o sollecitazioni da un modello globale semplificato a un dettaglio tridimensionale locale, riducendo enormemente i costi computazionali. Le analisi di dettaglio vengono quindi concentrate soltanto nelle aree realmente critiche.

Conclusioni

L’analisi agli elementi finiti non rappresenta semplicemente uno strumento di calcolo automatico, ma un processo di modellazione ingegneristica basato su ipotesi fisiche e matematiche.

La scelta tra elementi beam, shell e solidi tridimensionali costituisce una delle decisioni più importanti nella costruzione di un modello FEM affidabile.

Gli elementi beam offrono rapidità ed efficienza nello studio del comportamento globale delle strutture e risultano particolarmente utili nelle fasi preliminari di progetto. Gli elementi shell rappresentano spesso il miglior compromesso tra accuratezza e costo computazionale nelle strutture sottili, consentendo una descrizione più realistica dei contatti e delle distribuzioni tensionali. I solidi tridimensionali permettono invece di analizzare fenomeni locali complessi e dettagli geometrici difficilmente rappresentabili con modelli semplificati.

Nella maggior parte delle applicazioni industriali non esiste una soluzione universalmente migliore. Il modello corretto è quello che riesce a rappresentare il fenomeno fisico con il livello di dettaglio realmente necessario, evitando complessità inutili e mantenendo il controllo sull’interpretazione dei risultati.

In definitiva, la qualità di una simulazione FEM dipende molto più dall’esperienza dell’analista e dalla correttezza delle ipotesi modellistiche che dalle sole capacità di calcolo del software utilizzato.

Figura 3 Analisi di un componente in 3D. Nonostante questo modello presenti delle travi scatolari che potrebbero essere modellate in 2D o addirittura in 1D, la necessità di analizzare la saldatura impone l’utilizzo di elementi 3D

Software

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