Un approccio innovativo sviluppato dalla Flinders University lancia la nuova corsa all’oro

Un approccio innovativo sviluppato dalla Flinders University promette di trasformare il recupero dell’oro da rifiuti elettronici e minerali, eliminando l’uso di reagenti tossici.

L’oro rappresenta una risorsa strategica per l’industria globale, impiegato in settori che spaziano dall’elettronica all’aerospazio, dalla medicina alla finanza. Tuttavia, le tecniche tradizionali di estrazione e recupero comportano costi ambientali e sanitari elevati, soprattutto nei contesti minerari su piccola scala e nella gestione dei rifiuti elettronici. L’utilizzo di mercurio e cianuro, ancora diffuso in molte regioni del mondo, genera emissioni tossiche che contaminano suolo, acqua e atmosfera, con effetti devastanti sulla salute delle comunità locali e sugli ecosistemi. Parallelamente, la crescente produzione di rifiuti elettronici – oltre 62 milioni di tonnellate nel 2022 secondo il Global E-Waste Monitor – contiene quantità significative di metalli preziosi, tra cui l’oro, che spesso non vengono recuperati in modo efficiente. Solo una frazione di questi rifiuti viene formalmente riciclata, mentre il resto finisce in discariche o viene trattato in condizioni non regolamentate, aggravando ulteriormente il problema.

In risposta a questa criticità, un team interdisciplinare della Flinders University situata a Bedford Park (Australia Meridionale), ha sviluppato una tecnologia chimica innovativa per l’estrazione dell’oro, basata su un reagente non tossico e facilmente reperibile: l’acido tricloroisocianurico (TCCA). Questo composto, comunemente utilizzato per la disinfezione dell’acqua (per esempio nelle piscine), è stato adattato per dissolvere selettivamente l’oro in soluzioni saline, eliminando la necessità di utilizzare mercurio o cianuro. Il processo, attivato in acqua salata, consente di convertire l’oro metallico in una forma solubile, che può essere successivamente recuperata in modo sicuro. La semplicità del reagente e la sua disponibilità commerciale rendono il metodo particolarmente interessante per applicazioni su larga scala, sia in ambito industriale che in contesti artigianali.

Secondo quanto pubblicato su Nature Sustainability nel giugno 2025, il processo è attivato dalla luce UV, che innesca la reazione tra TCCA e l’oro metallico, accelerando la dissoluzione selettiva. Questo dettaglio è cruciale: la luce ultravioletta non solo aumenta l’efficienza del processo, ma consente di operare a temperatura ambiente, riducendo il fabbisogno energetico. Il team ha dimostrato che l’oro può essere estratto da circuiti stampati e minerali grezzi con una purezza superiore al 99%, senza generare sottoprodotti tossici. Il metodo è stato testato su campioni reali di RAM, CPU e schede madri, con risultati replicabili e consistenti.

Il progetto, guidato dal Professor Justin Chalker, si propone di offrire una soluzione chimica sostenibile che possa essere implementata in diversi scenari, contribuendo alla riduzione dell’impatto ambientale e al miglioramento delle condizioni di lavoro nelle filiere dell’oro. Il team ha collaborato con partner internazionali per validare il metodo in contesti artigianali, dove l’uso del mercurio è ancora diffuso. In Perù, ad esempio, il processo è stato testato su minerali provenienti da miniere locali, dimostrando la sua efficacia anche in ambienti con risorse limitate.

Materiali intelligenti per il recupero selettivo: il ruolo dei polimeri solforati

Il cuore tecnologico del metodo sviluppato dall’università australiana risiede nell’impiego di un polimero solforato progettato per legarsi selettivamente all’oro disciolto. Questo materiale, frutto di una sintesi fotochimica attivata dalla luce UV, presenta una struttura molecolare altamente reattiva nei confronti dell’oro, anche in presenza di altri metalli o contaminanti. Una volta che l’oro è stato disciolto dal reagente, il polimero agisce come sorbente, catturando le particelle d’oro e consentendone il recupero. Il processo è reversibile: il polimero può essere rigenerato e riutilizzato, mentre l’oro viene rilasciato in forma pura. Questo meccanismo di “disassemblaggio controllato” rappresenta un vantaggio significativo rispetto ai metodi convenzionali, che spesso generano rifiuti secondari o richiedono trattamenti complessi per separare i metalli.

I test condotti dal team di ricerca, che include Max Mann, Thomas Nicholls, Harshal Patel e Lynn Lisboa, hanno dimostrato l’efficacia del sistema su diverse tipologie di rifiuti elettronici, tra cui schede RAM e processori. Il metodo ha mostrato una capacità elevata di recupero dell’oro anche da materiali altamente complessi, confermando la sua applicabilità in scenari reali. Inoltre, la collaborazione con partner internazionali, tra cui istituzioni negli Stati Uniti e in Perù, ha permesso di validare il processo anche su campioni di minerale provenienti da miniere artigianali, dove l’uso del mercurio è ancora diffuso. Il supporto dell’Australian Research Council e di enti filantropici ha garantito le risorse necessarie per lo sviluppo e la sperimentazione del metodo, con l’obiettivo di tradurre i risultati di laboratorio in soluzioni operative. L’approccio interdisciplinare, che integra chimica, ingegneria dei materiali e sostenibilità ambientale, rappresenta un modello virtuoso per affrontare le sfide legate all’estrazione dei metalli preziosi in modo etico e responsabile.

Il Dott. Nicholls aggiunge: “Il nuovo assorbente per l’oro è realizzato con un approccio sostenibile, in cui la luce UV viene utilizzata per produrre il polimero ricco di zolfo. Il riciclo del polimero dopo il recupero dell’oro aumenta ulteriormente le credenziali ecologiche di questo metodo”.

Una nuova frontiera per il recupero dei metalli

L’efficacia del metodo sviluppato dalla Flinders University non si limita alla sua validazione in laboratorio, ma si estende alla possibilità concreta di implementazione in ambienti industriali. La semplicità chimica del reagente impiegato, un composto già utilizzato per la disinfezione dell’acqua, consente una facile integrazione nei processi esistenti, senza necessità di infrastrutture complesse o di personale altamente specializzato. Questo aspetto è particolarmente rilevante per le aziende che operano nel settore del riciclo dei rifiuti elettronici, dove la varietà dei materiali e la presenza di contaminanti rendono difficile l’applicazione di tecniche convenzionali. Il nuovo processo, basato su una reazione in acqua salata e sull’impiego di polimeri solforati rigenerabili, offre una soluzione modulare e adattabile, capace di operare in ambienti con risorse limitate e di ridurre drasticamente la produzione di rifiuti secondari.

Un ulteriore vantaggio tecnico risiede nella possibilità di attivare il processo con catalizzatori alogenati, come cloruro o bromuro di sodio, che accelerano la dissoluzione dell’oro e ne aumentano la resa. Questa flessibilità chimica consente di adattare il metodo a diverse condizioni operative, ottimizzando l’efficienza anche in presenza di materiali contaminati o a bassa concentrazione di metallo. La reazione può essere modulata in base alla composizione del substrato, rendendo il sistema particolarmente adatto a impianti di trattamento decentralizzati o mobili, dove la variabilità dei rifiuti è elevata

Dal punto di vista ingegneristico, la scalabilità del sistema è uno dei suoi punti di forza. Il reagente può essere prodotto in grandi quantità a costi contenuti, mentre il polimero sorbente può essere sintetizzato e rigenerato in cicli successivi, mantenendo la sua efficacia nel tempo. Inoltre, il processo è compatibile con diverse tipologie di input: dai circuiti stampati dismessi ai concentrati minerari, passando per scarti scientifici e materiali da laboratorio. Questa versatilità consente di estendere l’applicazione del metodo a una vasta gamma di settori, favorendo la transizione verso un’economia circolare. Il recupero dell’oro, in questo contesto, non è più un’attività isolata, ma diventa parte integrante di una strategia industriale orientata alla sostenibilità, alla riduzione dei costi e alla valorizzazione delle risorse. L’approccio proposto si configura quindi come una piattaforma tecnologica, capace di evolvere e adattarsi alle esigenze di mercati diversi, mantenendo al contempo elevati standard di sicurezza e efficienza.

Impatto globale e prospettive della tecnologia

L’adozione su larga scala del metodo sviluppato dal team di ricercatori potrebbe rappresentare una svolta epocale nella gestione dei metalli preziosi, con implicazioni significative sia dal punto di vista ambientale che sociale. In molte regioni del mondo, l’estrazione dell’oro avviene ancora in condizioni precarie, con l’impiego di sostanze tossiche e l’esposizione diretta dei lavoratori a rischi chimici. Il nuovo processo, privo di mercurio e cianuro, offre un’alternativa sicura e accessibile, che può essere implementata anche in contesti artigianali e comunitari. Le collaborazioni già avviate con partner internazionali, tra cui istituzioni in Perù e negli Stati Uniti, testimoniano l’interesse globale verso soluzioni che coniughino efficienza tecnica e responsabilità ambientale. L’obiettivo non è solo quello di migliorare le performance di recupero, ma di promuovere una nuova etica dell’estrazione, fondata sulla tutela della salute, sulla riduzione dell’impatto ecologico e sulla valorizzazione delle competenze locali.

Il progetto ha ricevuto il sostegno dell’Australian Research Council e di numerosi enti filantropici, che ne hanno riconosciuto il potenziale trasformativo. La pubblicazione dei risultati su Nature Sustainability ha consolidato la credibilità scientifica del metodo, aprendo la strada a ulteriori sviluppi e applicazioni. In prospettiva, la tecnologia potrebbe essere estesa al recupero di altri metalli critici, contribuendo alla sicurezza delle filiere industriali e alla riduzione della dipendenza da risorse primarie.

Questo approccio apre anche prospettive geopolitiche rilevanti: il recupero urbano di metalli preziosi e critici da rifiuti elettronici può ridurre la pressione sulle miniere convenzionali, spesso localizzate in aree instabili o soggette a sfruttamento. La possibilità di estrarre oro e altri elementi strategici direttamente dai flussi di rifiuti consente ai paesi importatori di materie prime di rafforzare la propria autonomia industriale, mitigando i rischi legati alla volatilità dei mercati globali e alle tensioni sulle catene di approvvigionamento.

Inoltre, il coinvolgimento attivo di giovani ricercatori e studenti nel progetto rappresenta un investimento strategico nella formazione delle future generazioni di ingegneri e scienziati. In un mondo sempre più orientato alla sostenibilità e alla gestione responsabile delle risorse, il metodo proposto da Flinders University si configura come un esempio concreto di come la ricerca scientifica possa generare soluzioni pratiche, scalabili e inclusive. La sfida ora è quella di tradurre questa innovazione in politiche industriali e ambientali capaci di guidare la transizione verso un futuro più equo e sostenibile.

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